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PRIGIONI DI STOFFA: Donne senza libertà.

PRIGIONI DI STOFFA: Donne senza libertà.

In un mondo dove la tecnologia fa passi da gigante, la scienza è in continue evoluzioni, l’economia rappresenta il cuore pulsante di ogni stato moderno di oggi, le libertà di ogni singola persona sono sempre in pericolo. Prova ne è l’Afghanistan nazione asiatica di matrice islamico-religiosa, dove la libertà individuale viene quotidianamente privata soprattutto alle donne che rappresentano senza dubbio la categoria più vessata e umiliata. Di questa allarmante e attuale situazione ne parla Alessandro Iori, autore nonché regista di “ Prigioni di Stoffa”, corto incentrato sulla drammatica realtà che vivono tutt’ora le donne afgane. Ester Albano e Ginevra Sammartino sono due giovani donne costrette ad indossare il burka capo tradizionale del medio oriente; un velo tremendo che le ricopre completamente il corpo. Ciononostante, dentro di loro esiste una forte determinazione e voglia di liberta che supera ogni ostacolo imposto dai talebani; mercenari che impongono la religione del corano a tutte le donne presenti a Kabul e dintorni. Il messaggio che viene fuori in modo prepotente da questo corto è quello di credere che le cose si possano cambiare, nonostante reali difficoltà che si parano di fronte ad ogni sogno di libertà. Tale parola si rafforza grazie all’unione di tutte le donne che vivono in questa tremenda situazione, e quelle che la vivono indirettamente partecipando con dolore a questo continuo incattivirsi degli uomini su di loro. La speranza che qualcosa possa cambiare davvero esiste, ed è rappresentata da tutte coloro che con forza e coraggio si rivolgono al tribunale internazionale per fare rispettare i loro diritti come donne e come esseri umani. Mario Ridini

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Alessandro Iori per “Schegge” di C. Rosati

Alessandro Iori per “Schegge” di C. Rosati

Un grande momento di teatro lo porta Alessandro Iori con “Prigioni di stoffa”, con Ester Albano e Ginevra Sammartino. Sono due donne afgane che chiacchierano e possiedono solo la voce per essere identificate. Un’immagine molto bella nella cromaticità della scena, come molte, belle e progressiste, sono le parole che si scambiano sulla donna afgana e la sua “impossibile” libertà.